Il test di Turing a testa in giù

‌                  Rocco Vittorio Macrì                          ‌

Da decenni i proponenti della «IA forte» (dove IA sta per «Intelligenza Artificiale») hanno cercato di convincerci che entro qualche manciata di lustri i computer saranno in grado di fare qualsiasi cosa di cui sia capace una mente umana.

Secondo il punto di vista designato dall’IA forte, non solo gli elaboratori digitali sarebbero effettivamente intelligenti e avrebbero una mente, ma qualità mentali di qualche tipo potrebbero essere attribuite al funzionamento logico di qualsiasi dispositivo, «anche dei dispositivi meccanici più semplici, come il termostato».

Douglas Hofstadter, uno dei massimi promotori della concezione dell’IA forte, in un dialogo intitolato Conversazione col cervello di Einstein, concepisce un libro di proporzioni mostruose contenente una descrizione completa del cervello di Albert Einstein.

Qualsiasi domanda si voglia rivolgere ad Einstein trova una risposta, la stessa che avrebbe dato Einstein vivo, semplicemente sfogliando il libro e seguendo con cura le istruzioni dettagliate che esso fornisce.

La sua tesi è che in linea di principio «il libro è del tutto equivalente, nel senso operazionale di un test di Turing, a una versione ridicolmente rallentata del vero Einstein…

Di fatto il libro, essendo semplicemente una particolare materializzazione dell’algoritmo che costituisce lo “stesso” Einstein, sarebbe in realtà Einstein».

Vi chiederete come si sia originata questa folle concezione che pone medesima dignità tra uomo e macchina, tra sostanza e apparenza.

Ebbene, poco più di mezzo secolo fa – come frutto dell’esplosiva miscela di positivismo, verificazionismo, empirismo logico, fisicalismo, operazionismo, comportamentismo – nacque l’idea che avrebbe causato una reazione a catena prima, e un inarrestabile Big Bang epistemologico poi, circa le possibilità di impiantare intelligenza, pensiero, sensazioni (qualia), ecc. alle macchine elettroniche e alla tecnologia in generale.

Alan Turing, in un articolo del 1950, Computing Machinery and Intelligence, propose un criterio – oggi noto come “test di Turing” – per determinare se un computer sia in grado di pensare.

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The Turing Test upside down

For decades, proponents of «strong AI» (where AI stands for «Artificial Intelligence») have tried to convince us that within a handful of decades computers will be able to do anything which is capable the human mind. According to the view designated by the strong, not only digital computers would actually be intelligent and have a mind, but some kind of mental qualities could be attributed to the logical operation of any device, «even the simplest of mechanical devices, such as thermostat». Hofstadter, one of the greatest promoters of the concept of strong AI, in a dialogue entitled Conversation with Einstein’s brain, he conceives a book of monstrous proportions containing a complete description of the brain of Albert Einstein. Any questions you want to put Einstein to find an answer, the same one that would give Einstein live, just flicking through the book and follow carefully the detailed instructions it provides. His thesis is that, in principle, «the book is completely equivalent in the sense of an operational Turing test, a version of the real Einstein ridiculously slow … In fact the book, being simply a particular embodiment of the algorithm that constitutes the “same” Einstein, Einstein was in fact». You may wonder how this crazy idea that originated puts equal dignity between man and machine, between substance and appearance. Well, just over half a century ago – as a result of the explosive mixture of positivism, verificationism, logical empiricism, physicalism, operationism, behavior – the idea was born that would cause a chain reaction before, and an unstoppable Big Bang epistemological then about the possibilities of setting up intelligence, thought, sensations (qualia), etc.. the electronic machines and technology in general. Alan Turing, in an article in 1950, Computing Machinery and Intelligence, proposed a policy – now known as the “Turing test” – to determine whether a computer can think.

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